Chiaromonte, la geografia del ritorno
A Chiaromonte si arriva due volte.
La prima dalla valle del Sinni, quando il paese appare in alto, disteso sullo sperone che separa il fiume dalla valle del Serrapotamo.
La seconda dopo aver lasciato l’automobile nei pressi dell’ospedale e aver cominciato a salire verso il centro storico.
A Chiaromonte le strade seguono la montagna, non le esigenze degli automobilisti.
È l’11 agosto e mancano ancora due giorni alla Festa delle Cantine.
Le grotte scavate nella roccia sono quasi tutte chiuse, le strade conservano le dimensioni di un paese di meno di millesettecento abitanti e la musica non ha ancora cominciato a rimbalzare fra le case.
Chiaromonte non si è ancora preparata per essere guardata.
È proprio questo il momento giusto per osservarla.
Due giorni dopo, quelle stesse strade saranno occupate da migliaia di persone.
I proprietari apriranno le cantine, i produttori verseranno il vino, famiglie e gruppi di amici prepareranno quintali di cibo come per un pranzo in casa dalle proporzioni improvvisamente spropositate.
Per una notte l’intero paese diventerà una casa comune, capace di servire se stessa e di accogliere chiunque ne attraversi la porta.
Prima della periferia
Chiaromonte appare oggi lontana dai grandi assi di comunicazione. Ma è una lontananza recente. Per molti secoli le valli del Sinni e del Serrapotamo non furono margini da attraversare in fretta: erano corridoi naturali fra la costa ionica, l’interno della penisola e il versante tirrenico. Chi occupava lo sperone sul quale sorge il paese poteva controllare uomini, merci e percorsi.

Le prime comunità delle quali rimangono testimonianze consistenti appartenevano al mondo enotrio. Le necropoli di Chiaromonte hanno restituito sepolture databili fra la fine del X e l’inizio del IX secolo a.C. e il V secolo a.C. Due tombe femminili del IX e dell’VIII secolo, con corredi particolarmente ricchi, raccontano una società già articolata, capace di produrre gerarchie e di entrare in relazione con territori molto più ampi. Prima che la parola “periferia” assumesse il significato attuale, Chiaromonte si trovava lungo una delle vie che collegavano il Tirreno allo Ionio.
Il Museo archeoantropologico intitolato a Lodovico Nicola Di Giura conserva parte di questa storia. Non soltanto oggetti, ma resti umani attraverso i quali è possibile ricostruire alimentazione, malattie, attività quotidiane e rituali funerari. Le ossa diventano così un archivio biologico: raccontano la vita di persone che abitarono queste valli quasi tremila anni fa senza sapere di appartenere a quella che un giorno sarebbe stata definita un’area interna.
La fase successiva è meno lineare. Presenze romane e necropoli altomedievali mostrano che il territorio continuò a essere abitato, ma non consentono di costruire una continuità semplice fra gli insediamenti antichi e il paese attuale. La stessa ricerca archeologica ammette che sull’alto Medioevo rimangono ancora molte zone d’ombra.Dall’XI secolo, invece, il quadro diventa più leggibile. L’abitato sparso nelle campagne cominciò a concentrarsi sulle alture, più facili da difendere. La famiglia normanna dei Clermont, attestata nei primi decenni del secolo, scelse Chiaromonte come roccaforte del proprio potere nella valle del Sinni.
La geografia tornava a produrre storia: il luogo che oggi sembra difficile da raggiungere era quello dal quale si poteva controllare il territorio.Chiaromonte divenne il centro di una contea molto estesa. Secondo la ricostruzione dell’archeologo Valentino Vitale, la sua influenza arrivava dalle pendici del monte Sirino al massiccio del Pollino e, seguendo la valle del Sinni, fino ai territori affacciati sullo Ionio. Nel XIV secolo ai Clermont succedettero i Sanseverino, una delle famiglie più potenti del Mezzogiorno medievale. Le mura, le torri e i palazzi che ancora affiorano nel tessuto urbano non nacquero per decorare un borgo: erano gli strumenti materiali di un centro politico e amministrativo.Accanto al potere feudale agivano le comunità religiose. Monasteri e grancie organizzavano il lavoro agricolo, recuperavano terreni, allevavano animali e alimentavano gli scambi. L’abbazia cistercense di Santa Maria del Sagittario non fu soltanto un luogo di preghiera: partecipò per secoli alla costruzione economica e sociale del territorio. Oggi ne restano ruderi.
Dopo la dismissione, parte delle sue strutture fu utilizzata come cava di pietra per l’edilizia privata. Il patrimonio di Chiaromonte ha cominciato molto presto a essere consumato per costruire qualcos’altro.
La storia del paese non si esaurisce però nel Medioevo. Nel 1931 Lodovico Nicola Di Giura tornò a Chiaromonte dopo aver trascorso circa trent’anni in Cina come medico, ufficiale e mediatore fra mondi lontanissimi. Portò con sé libri, oggetti e memorie, allestì la sua “torre cinese” e rimase in paese fino alla morte. Anche nella sua biografia compare quel movimento che Chiaromonte continua a conoscere: partire, vivere altrove e infine tornare.

Chiaromonte, dunque, non è sempre stata periferica. È stata luogo di passaggio, presidio, centro di una contea, sede di istituzioni religiose capaci di organizzare un territorio e punto di partenza di persone arrivate molto lontano. La sua marginalità non è un destino antico scritto nella montagna. È il risultato relativamente recente di strade, economie e popolazioni che hanno progressivamente cominciato a muoversi altrove.
Chiaromonte che resta
Nel 1991 Chiaromonte aveva 2.410 abitanti. Dieci anni dopo erano diventati 2.148; nel 2011 erano 1.954. All’inizio del 2025 i residenti risultavano 1.696. In poco più di trent’anni il paese ha perso quasi un abitante su tre.
Non sono diminuiti soltanto gli abitanti. È cambiata la loro composizione. Su 1.696 residenti, 527 hanno almeno sessantacinque anni e soltanto 153 ne hanno meno di quindici. L’età media ha raggiunto i cinquant’anni e mezzo. Lo spopolamento non è quindi una fotografia di case vuote: è un processo che riduce progressivamente il numero delle persone in grado di lavorare, aprire un’attività, mantenere un servizio, formare una famiglia o semplicemente occupare ogni giorno lo spazio pubblico. Millesettecento abitanti sono sufficienti per continuare a essere un comune, ma non per rendere automatico tutto ciò che in una città viene dato per scontato. Ogni attività aperta, ogni servizio mantenuto e ogni iniziativa dipendono da un numero sempre più ristretto di persone. La vita del paese non scompare: cambia scala e diventa più fragile.
La mattina, al bar in piazza, passa una parte consistente di Chiaromonte. Ci si incontra, si viene informati di ciò che è accaduto e si scopre che cosa succederà. La biblioteca comunale può contare anche sull’impegno di alcuni volontari. L’ospedale continua a servire un territorio molto più vasto del comune, mentre associazioni, famiglie e singoli cittadini mantengono relazioni che nessun dato demografico è in grado di misurare.
Presidiare un paese non significa soltanto abitarlo. Significa continuare ad aprire una porta, riconoscere chi arriva, accompagnare qualcuno lungo le strade, conservare una storia e trasmetterla. In un centro di queste dimensioni la differenza fra un servizio presente e un servizio scomparso può coincidere con la disponibilità di una sola persona.
Una di quelle porte potrebbe riaprirsi nei prossimi mesi. È il portone della Collegiata di San Tommaso, sul quale una targa annuncia per dicembre «un nuovo inizio». Dietro il progetto c’è Vito Maselli, chef di Corte Meraviglia a Giovinazzo. La sua intenzione non è soltanto aprire un ristorante, ma trasferire a Chiaromonte e adattare al paese un’esperienza capace di unire gastronomia, ospitalità e iniziative culturali, coinvolgendone gli spazi e le persone.
Vito punta al 6 dicembre, una data che dovrà però essere coordinata con lo Spirtusavutte, la festa tradizionale dedicata all’assaggio del vino nuovo che, tra il 7 e l’8 dicembre, riporta il Parco Grotte al centro della vita del paese. Il significato dell’iniziativa, tuttavia, precede il calendario. In un luogo abituato a contare ciò che scompare, un portone sul quale qualcuno ha scritto una promessa rappresenta già una scelta: investire sulla possibilità che Chiaromonte torni a essere non soltanto ricordata, ma frequentata e vissuta..

Sotto questa vita quotidiana ne esiste un’altra, scavata nella montagna.
Lungo la cinta del paese si susseguono centinaia di grotte ricavate nel banco roccioso. Le stratificazioni visibili sulle pareti sono naturali, ma gli ambienti che le attraversano sono opera dell’uomo: lo rivelano la regolarità degli scavi, le superfici lavorate, le nicchie, le vasche e le tracce lasciate dagli utensili.
Secondo la ricostruzione degli archeologi e degli studiosi che hanno lavorato a Chiaromonte, le grotte non nacquero come cantine. Furono scavate inizialmente per ricavare la pietra necessaria alla costruzione delle mura e degli edifici della cittadella fortificata. Gli ambienti lasciati dall’escavazione vennero successivamente adattati a magazzini, ricoveri, cantine e, in alcuni casi, abitazioni. La pietra tolta dalla montagna contribuì a costruire il paese sopra; i vuoti rimasti finirono per sostenerne la vita quotidiana.
Il rapporto con il vino appartiene quindi a una fase successiva, ma divenne parte integrante dell’economia familiare. In alcune cantine-grotta l’uva non veniva soltanto conservata: veniva lavorata. Sono state documentate vasche per la fermentazione e la follatura, sistemi a doppia vasca e cisterne per l’acqua utilizzata durante la vinificazione. Negli stessi ambienti trovavano posto botti e attrezzi, ma anche cereali, olio, formaggi, salumi e altri prodotti della terra.
Le grotte raccontano così un paese nel quale produzione agricola, abitazione e conservazione degli alimenti appartenevano allo stesso sistema. La cantina non era un’azienda da visitare, ma un prolungamento della casa. Il vino passava dai vigneti alle grotte e dalle grotte alla tavola, seguendo una filiera che rimaneva quasi interamente dentro la comunità.
Anche il Guarnaccino appartiene a questa storia. Per anni il vitigno è rimasto confinato nei vecchi vigneti locali, esposto alla scomparsa insieme all’agricoltura che lo aveva conservato. Nel 2007 il Comune finanziò una ricerca scientifica per identificarlo e caratterizzarlo; nel 2013 il “Guarnaccino nero di Chiaromonte” venne iscritto nel Registro nazionale delle varietà di vite. Non una tradizione genericamente rivendicata, quindi, ma una varietà studiata, riconosciuta e nuovamente messa in produzione.

Lo spopolamento ha ridotto il numero delle persone che coltivano le vigne e utilizzano quotidianamente le cantine. Le grotte, però, sono rimaste. Alcune continuano a svolgere la propria funzione, altre vengono aperte soprattutto in occasione della festa. Sono proprietà private e, nello stesso tempo, costituiscono un patrimonio collettivo: prese singolarmente appartengono alle famiglie; osservate tutte insieme raccontano il modo in cui Chiaromonte ha trasformato la propria geografia in un’economia e in una cultura.
Quando arriva il 13 agosto, quelle porte si aprono. Gli spazi scavati nella montagna ritornano alla comunità, il vino esce dalle cantine e raggiunge le strade. Per una notte, un paese ridotto a meno di millesettecento residenti recupera le dimensioni della popolazione che ha perduto.
Una comunità che serve se stessa
Il ritorno comincia prima della festa. Nei giorni che precedono il 13 agosto si riaprono le case, arrivano figli, nipoti e amici, si recuperano le chiavi delle cantine e si organizzano tavoli, cucine e provviste. La popolazione registrata all’anagrafe non cambia, ma quella realmente presente in paese cresce di ora in ora.
Chi ritorna non viene soltanto ad assistere. Molti passano dall’altra parte del banco, aiutano a preparare i locali, trasportano pentole, sistemano tavoli e si mettono a cucinare. Per una notte la distinzione fra chi vive a Chiaromonte e chi continua ad appartenervi vivendo altrove diventa meno netta.
Il 13 agosto le grotte cambiano nuovamente funzione. Gli spazi nati dall’escavazione della montagna, trasformati nel tempo in magazzini e cantine, diventano luoghi pubblici. Nell’edizione 2026 ne sono state aperte dodici, collegate da un percorso che attraversava il Parco delle Grotte e raggiungeva l’anfiteatro del Parco Torre della Spiga.
I proprietari hanno messo a disposizione locali che durante il resto dell’anno appartengono alla vita privata. I produttori hanno portato vino e prodotti del territorio. Famiglie e gruppi di amici hanno preparato quintali di cibo come se dovessero apparecchiare la tavola di casa.
Soltanto che, per una notte, la casa coincide con il paese.
La Festa delle Cantine conserva infatti la grammatica dell’ospitalità domestica anche quando assume le dimensioni di un grande evento. Il cibo non arriva da una cucina lontana e impersonale: viene preparato da persone che spesso si conoscono da una vita. Le porzioni, i gesti e l’organizzazione appartengono più a un pranzo di famiglia improvvisamente diventato smisurato che a un servizio di ristorazione.
Anche il prezzo del vino racconta questa differenza. Un bicchiere costa un euro: abbastanza per attribuirgli un valore, troppo poco per trasformare la festa in una semplice occasione commerciale. Prima ancora di essere venduto, il vino viene offerto come strumento di relazione. Fa fermare le persone, le avvicina ai tavoli e apre conversazioni fra chi si ritrova ogni anno e chi attraversa quelle strade per la prima volta.
Per questo Chiaromonte non si limita a organizzare una festa. Per una notte serve se stessa. Chi apre una cantina, cucina o versa il vino lavora anche per i propri familiari, per gli amici tornati da lontano e per gli abitanti incontrati ogni giorno. Nello stesso gesto accoglie chi arriva da fuori, trattandolo non soltanto come un cliente, ma come un ospite temporaneo del paese.
Non esiste un conteggio ufficiale delle presenze. Intorno alle undici di sera, però, l’area davanti al palco nell’anfiteatro era piena, mentre le stradine intorno alle dodici grotte continuavano ad accogliere persone. Considerando l’intero percorso, la folla poteva ragionevolmente avvicinarsi alle duemila presenze: un numero paragonabile all’intera popolazione residente di Chiaromonte.

Non era una comunità pacificata. Fra quelle persone esistevano già le divisioni fra chi era partito e chi era rimasto, così come le contrapposizioni interne al paese che sarebbero riemerse dopo la festa. Il vino, intanto, circolava senza parsimonia. Eppure, non risultano incidenti o problemi di ordine pubblico segnalati, e lungo il percorso non si avvertivano tensioni. L’impressione dominante era molto più semplice: c’era soltanto voglia di ritrovarsi e divertirsi. Per una notte i conflitti non erano stati risolti. Avevano semplicemente smesso di essere importanti.
Le strade che durante l’anno devono essere presidiate da meno di millesettecento persone si erano riempite. Le cantine private erano entrate in una geografia collettiva, il vino era tornato dalle grotte alle tavole e una comunità dispersa aveva ricomposto per qualche ora la propria forma. Le distanze non erano scomparse, ma erano diventate attraversabili: chi era rimasto e chi era partito si trovavano nello stesso spazio e contribuivano alla stessa festa.
Il valore della serata non stava soltanto nel numero delle persone richiamate. Stava nel lavoro necessario per accoglierle e nella naturalezza con cui una comunità divisa aveva saputo condividere gli stessi spazi. Chiaromonte dimostrava di possedere ancora relazioni, competenze, generosità e una capacità organizzativa che i dati sullo spopolamento non possono registrare.
La Festa delle Cantine non salva il paese. Dimostra, però, che il paese sa ancora stare insieme.
Quando le porte si richiudono

Poi la musica finisce, le grotte vengono richiuse e una parte consistente della popolazione riparte. Il paese torna alle sue dimensioni ordinarie. È allora che ricompaiono le differenze fra chi resta, chi ritorna e chi continua a parlare di Chiaromonte senza viverne quotidianamente i limiti.
Per capire queste contraddizioni bisogna guardare alla storia civile del paese. Giovanni Domenico Amendolara lo fa da anni attraverso il blog Chiaromonte e le sue Storie, ricostruendo vicende politiche e sociali a partire da documenti, archivi personali, immagini, testimonianze e memorie familiari. Il suo lavoro non restituisce una storia pacificata. Mostra, al contrario, un paese che nel dopoguerra cambia profondamente senza smettere di dividersi.
Negli anni Cinquanta Chiaromonte possedeva un peso amministrativo difficile da immaginare osservandolo oggi. Il Palazzo degli Uffici raccoglieva funzioni pubbliche che servivano un territorio più vasto: la Pretura, gli uffici finanziari, la Tenenza dei Carabinieri e altri presìdi dello Stato. Nelle immagini conservate e pubblicate da Amendolara, all’inaugurazione del Palazzo compare Emilio Colombo, allora sottosegretario ai Lavori pubblici e già principale riferimento della Democrazia Cristiana lucana.
La Democrazia Cristiana governò Chiaromonte per gran parte dei primi decenni repubblicani, direttamente o attraverso personalità provenienti dalla stessa area politica. Ma già alla fine degli anni Sessanta qualcosa cominciò a muoversi. Le sezioni del PCI, del PSI e del PSIUP vennero animate da una generazione più giovane. La partecipazione politica aumentò, comparvero nuove iniziative e il predominio democristiano iniziò a essere messo in discussione.
La svolta elettorale arrivò nel 1975, quando l’alleanza fra socialisti, comunisti e PSIUP sconfisse la DC ed elesse sindaco Vincenzo Tepedino. Non fu una transizione tranquilla. Amendolara descrive quella campagna elettorale come una delle più aspre della storia locale: il paese si divise in due e il risultato non pose fine alla rivalità. Tepedino venne rieletto nel 1980; nel 1985 gli succedette il socialista Antonio Vozzi, sostenuto anche dal PCI, mentre la Democrazia Cristiana candidò Giuseppina Sergio, prima donna a concorrere alla carica di sindaco nella storia del paese.
Una delle storie raccolte da Amendolara racconta questa trasformazione meglio di qualsiasi risultato elettorale. Nel 1976 quattro giovani aprirono il Music Club, la prima discoteca di Chiaromonte. Sistemarono personalmente i locali, raccolsero materiali e dischi messi a disposizione dagli abitanti, completarono le autorizzazioni e lanciarono una campagna di tesseramento. Il locale richiamò centinaia di soci e giovani provenienti anche dai paesi vicini. Lo frequentavano le studentesse della scuola infermieri, allora presente a Chiaromonte, e una generazione che cercava forme di socialità diverse da quelle tradizionali.
Negli anni Ottanta l’apertura diventò più evidente. I giovani occuparono lo Zampillo, la piazza, i bar e le strade, trasformando lo spazio pubblico in una casa comune. Nel 1988 Rosa Ciminelli aprì a ventitré anni il proprio negozio di fiori: un’iniziativa imprenditoriale femminile accompagnata, nel racconto di Amendolara, da centinaia di persone e percepita dal paese come un segnale di novità. Qualche anno dopo, nel 1995, Agnesina Pozzi organizzò il motoraduno in concomitanza con la nascita dell’Agglutination Metal Festival.
Sono episodi diversi, ma indicano la stessa direzione. Chiaromonte diventava più aperto nei comportamenti, nella socialità e nel ruolo pubblico delle donne. Non cancellava la propria struttura tradizionale, ma consentiva a una nuova generazione di forzarne progressivamente i confini.
Proprio qui emerge il paradosso. Mentre la società si apriva e la politica cambiava colore, il paese cominciava a perdere il peso istituzionale costruito nel dopoguerra.
La Tenenza dei Carabinieri non c’è più. Sono scomparse la Pretura, l’Agenzia delle Entrate e altre funzioni un tempo ospitate nel Palazzo degli Uffici. Il Palazzo Vescovile conserva il nome e la memoria dell’antica residenza estiva dei vescovi di Tursi-Anglona, ma non quella funzione. Il Music Club durò pochi mesi. L’Agglutination, diventato uno dei festival heavy metal più longevi d’Italia, non è rimasto una presenza stabilmente chiaromontese: negli anni si è spostato fra Chiaromonte, Sant’Arcangelo e Senise, tornando solo in alcune edizioni nella sua sede originaria.
Anche la Festa delle Cantine deve confrontarsi ogni anno con autorizzazioni, norme di sicurezza, responsabilità e adempimenti sempre più complessi. Sono regole che hanno spesso una ragione comprensibile, soprattutto quando migliaia di persone vengono concentrate in vicoli stretti e spazi difficili da controllare. Per una piccola comunità, tuttavia, ogni nuova prescrizione richiede persone, competenze e risorse che diventano progressivamente più difficili da trovare. Quando ogni riorganizzazione ha coinciso con una perdita, resistere finisce per sembrare l’unica forma di difesa; anche la festa misura ormai quanto a lungo il paese saprà sostenerne il peso.
Quando gli abitanti diminuiscono, inoltre, i conflitti non diventano necessariamente più piccoli. Diventano più visibili. In una città si può litigare e poi scomparire dentro quartieri, professioni e reti differenti. In un paese di meno di millesettecento abitanti ci si incontra al bar, in Comune, in farmacia, durante una festa e al funerale della stessa persona. Ogni divergenza deve convivere con una prossimità dalla quale non è possibile prendere davvero le distanze.
A questa frattura interna se ne aggiunge un’altra: quella fra chi è rimasto e chi se n’è andato.
Chi torna porta memoria, affetto, competenze acquisite altrove e, talvolta, la capacità di immaginare possibilità che da vicino non si vedono più. Porta però anche una rappresentazione del paese rimasta ferma al momento della partenza. Riconosce le case, le famiglie e le strade, ma non sempre il costo quotidiano necessario per mantenerle vive.
Chi rimane conosce quel costo. Sa quanto lavoro occorre per tenere aperta una biblioteca, organizzare una manifestazione, conservare una grotta o difendere un servizio. Può quindi percepire i suggerimenti di chi ritorna come giudizi pronunciati da una posizione comoda: progetti per un luogo che altri dovranno abitare, finanziare e amministrare durante gli undici mesi successivi.
Entrambe le prospettive contengono una parte di verità e una possibilità di errore. La distanza può produrre nostalgia e semplificazione, ma anche libertà di sguardo. La permanenza può generare responsabilità e conoscenza, ma anche assuefazione e chiusura. Stabilire chi ami maggiormente il paese è un esercizio inutile. Più difficile è riconoscere che lo si può amare da posizioni diverse, sostenendone però costi molto differenti.
Chiaromonte conosce da tempo il peso degli sguardi esterni. Negli anni Cinquanta Edward C. Banfield la trasformò nella “Montegrano” di Le basi morali di una società arretrata, interpretando la debolezza dell’azione collettiva attraverso la categoria del familismo amorale. Quella definizione ha avuto una fortuna molto più lunga della ricerca dalla quale proveniva ed è diventata quasi un secondo nome del paese. Ancora oggi continua a orientare il modo in cui Chiaromonte viene osservata e, talvolta, il modo in cui interpreta se stessa.
Ma spiegare ogni conflitto con un carattere immutabile della comunità rischia di confondere le cause con gli effetti. La scarsità delle risorse rende più aspra la competizione. La perdita progressiva dei servizi rafforza la difesa di ciò che rimane. La riduzione delle persone disponibili concentra responsabilità e potere in gruppi sempre più piccoli. Non tutto nasce dal familismo; una parte nasce dalla necessità di sopravvivere in un luogo al quale, per decenni, è stato chiesto soprattutto di rinunciare.
Non si è verificato un crollo. Nessun giorno può essere indicato come quello in cui Chiaromonte ha smesso di essere ciò che era. L’immagine più dura, ma forse più fedele, è quella di un malato terminale la cui agonia procede lentamente: perde una funzione, si abitua; perde un ufficio, si organizza; perde altri abitanti e restringe ancora il perimetro della propria vita. Proprio perché il processo è graduale, ogni singola perdita può sembrare sopportabile. È la loro somma a modificare definitivamente il paese.
Uscita laterale
Chiaromonte è in Basilicata, ma la sua storia non appartiene soltanto al Mezzogiorno.
Le aree interne comprendono quasi la metà dei comuni italiani, occupano circa il 59 per cento del territorio nazionale e ospitano più di tredici milioni di persone. Non si trovano soltanto lungo l’Appennino meridionale o nelle isole. Attraversano le montagne piemontesi e lombarde, l’entroterra ligure, le valli alpine, il Friuli, l’Appennino emiliano, la Toscana e le Marche. Lombardia e Piemonte sono fra le regioni con il maggior numero di comuni classificati come aree interne.
Il Mezzogiorno subisce il fenomeno con maggiore intensità, perché alla denatalità e all’invecchiamento si aggiungono una minore capacità di attrarre nuovi residenti e la partenza di molti giovani. Ma la direzione è nazionale. Tra il 2014 e il 2024 la popolazione delle aree interne italiane è diminuita del 5 per cento, mentre nei centri la riduzione si è fermata all’1,4. Nel 2025 il Nord ha continuato complessivamente a guadagnare abitanti grazie ai movimenti migratori, ma anche le sue aree periferiche hanno perso popolazione. Le medie regionali crescono nelle città e lungo i corridoi più dinamici, nascondendo ciò che accade nelle vallate e nei comuni più lontani dai servizi.
Chiaromonte non rappresenta quindi un’anomalia meridionale. È uno dei luoghi nei quali il futuro demografico dell’Italia è arrivato prima.
Un quarto degli italiani ha ormai almeno sessantacinque anni: il doppio dei minori di quindici. La popolazione nazionale riesce a rimanere quasi stabile soltanto grazie all’immigrazione, mentre il saldo naturale continua a essere negativo. Nei piccoli comuni questi processi si concentrano e accelerano. Non diminuisce soltanto il numero degli abitanti: si riducono le persone che possono lavorare, avere figli, amministrare un’associazione, aprire un negozio o sostituire chi per decenni ha mantenuto un servizio.
Il problema non è semplicemente che si fanno meno figli. Un paese diventa difficile da abitare quando la scuola è lontana, l’autobus non passa, il medico non viene sostituito, lo sportello pubblico chiude e per compiere un’operazione ordinaria occorre percorrere decine di chilometri. In queste condizioni invitare le famiglie a restare rischia di diventare una formula retorica. Si chiede loro di fare figli mentre si allontanano progressivamente le strutture necessarie per crescerli.Nessuno ha deciso formalmente di chiudere Chiaromonte. È accaduto qualcosa di più sottile. Ogni amministrazione, ente o azienda ha razionalizzato una parte del sistema: la Pretura, gli uffici finanziari, la presenza delle forze dell’ordine, i trasporti, i servizi sanitari e quelli commerciali. Ciascuna decisione, considerata isolatamente, può essere spiegata con il numero degli utenti, con i costi o con la necessità di concentrare personale e competenze. È la somma delle decisioni razionali a produrre un risultato irrazionale: un territorio nel quale vivere diventa ogni anno un poco più complicato.
Lo stesso accade in molte zone del Nord. Cambiano il reddito medio, le infrastrutture disponibili e la distanza dai grandi centri, ma il meccanismo rimane riconoscibile. Una valle piemontese, un comune dell’Appennino ligure o un paese montano della Lombardia possono conservare case ordinate, imprese produttive e bilanci comunali più solidi, ma perdere ugualmente la scuola, il medico, la banca, il negozio e il collegamento pubblico. Lo spopolamento non sempre assume l’aspetto della povertà. A volte si presenta con le strade pulite, le finestre chiuse e una connessione veloce che consente di compilare online il modulo per un servizio ormai disponibile soltanto a cinquanta chilometri.
L’Italia ha provato a rispondere trasformando molti paesi in destinazioni. I borghi sono diventati un prodotto turistico, le tradizioni un calendario di eventi, le case vuote strutture ricettive e le feste popolari occasioni di promozione territoriale. Tutto questo può produrre lavoro, reddito e attenzione. Non può però sostituire una comunità residente.
Un visitatore consuma un luogo per alcuni giorni; un abitante ne sostiene il costo durante tutto l’anno. Il primo ha bisogno di un parcheggio, di un ristorante e di qualcosa da fotografare. Il secondo ha bisogno di un medico, di una scuola, di un collegamento affidabile e della possibilità di svolgere una pratica senza perdere una giornata. Confondere queste due domande significa rischiare di salvare l’immagine dei paesi dopo averne perduto la funzione.

La Festa delle Cantine mostra entrambe le possibilità. Per una notte Chiaromonte torna piena, le grotte si aprono, il vino passa dalle famiglie alle strade e le persone che sono partite ritrovano quelle che sono rimaste. La festa non è una finzione: dimostra che il paese conserva una capacità di attrazione, una memoria condivisa e il desiderio di riconoscersi come comunità.
Ma una festa non misura la possibilità di abitare un luogo. Quella si verifica la mattina successiva, quando i visitatori ripartono, le grotte vengono richiuse e qualcuno deve continuare ad aprire il bar, la biblioteca, il Comune, l’ospedale e tutto ciò che è rimasto.
Non è realistico immaginare di riportare in ogni piccolo comune tutti gli uffici e i servizi del passato. È però necessario distinguere fra la chiusura di un edificio e la scomparsa di una funzione. I servizi possono essere organizzati fra più comuni, diventare mobili, utilizzare il digitale o essere sostenuti da collegamenti migliori. Devono però rimanere concretamente accessibili. Se l’efficienza viene misurata soltanto attraverso il numero degli utenti presenti, i territori meno popolati saranno sempre condannati a perdere proprio ciò che potrebbe impedire loro di spopolarsi ulteriormente.
La questione riguarda quale parte del territorio nazionale l’Italia intenda ancora considerare abitabile. E riguarda anche le città, perché ogni servizio concentrato nei centri maggiori produce nuovi trasferimenti, pendolarismo, domanda di abitazioni e ulteriore pressione sulle aree urbane. Lo svuotamento dei paesi e la congestione delle città non sono due problemi distinti: sono le conseguenze dello stesso modello territoriale.
Per questo Chiaromonte non è soltanto un paese lucano che ha perduto abitanti, uffici e occasioni. È lo specchio anticipato di un’Italia che invecchia, concentra le proprie funzioni e rischia di ritirarsi da una parte crescente del proprio territorio senza averlo mai deciso apertamente.
Fonti
Questo articolo nasce dalle osservazioni raccolte a Chiaromonte tra l’11 e il 14 agosto 2026 e dalle conversazioni con Pino De Salvo, Rosa Ciminelli, Giovanni Domenico Amendolara e Vito Maselli. Per la ricostruzione della storia antica e medievale è stato consultato lo studio di Valentino Vitale, La Contea di Chiaromonte (Basilicata): fonti documentarie e persistenze archeologiche; per quella civile e politica sono stati utilizzati soprattutto i materiali pubblicati da Giovanni Domenico Amendolara nel blog Chiaromonte e le sue Storie, in particolare Storia politica di Chiaromonte, Il Palazzo degli Uffici, Music Club, la discoteca, Lo Zampillo, Ditelo con i fiori e Agglutination Metal Festival. I dati demografici provengono da ISTAT – 8milaCensus, dalle statistiche comunali aggiornate al 2025 e dai rapporti ISTAT La demografia delle aree interne e Indicatori demografici – Anno 2025. Per il Guarnaccino è stata utilizzata la documentazione della Regione Basilicata; il riferimento al familismo amorale rimanda a Edward C. Banfield, Le basi morali di una società arretrata.
Crediti immagini
Le immagini Chiaromonte sullo sperone e Vigneti e centro storico di Chiaromonte sono fotografie di G. Salluzzi, tratte da Wikimedia Commons e rilasciate nel pubblico dominio: Chiaromonte2.jpg e Chiaromonte.jpg.
Le altre fotografie sono di Claudio Negri.
L’immagine in evidenza e le fotografie della Torre cinese, del portone della Collegiata di San Tommaso e del concerto sono state rielaborate con strumenti di intelligenza artificiale a partire dagli scatti originali dell’autore.

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