Ivrea, tracce dal futuro
Tra fabbriche trasparenti, case per lavoratori e architetture civili, Ivrea conserva l’impronta di un’utopia industriale che aveva provato a rendere umano il progresso.
A Ivrea il futuro non è scomparso.
È rimasto appoggiato ai vetri delle fabbriche, alle linee degli edifici, alle case pensate per chi lavorava, ai servizi immaginati per una comunità prima ancora che per un’azienda.
Poi qualcosa si è interrotto.
Non tutto è crollato, non tutto è diventato rovina.
Ma il motore che aveva prodotto quell’idea di città ha smesso di spingerla in avanti.
Così Ivrea oggi non si visita soltanto per ciò che è stata.
Si attraversa per leggere ciò che aveva provato a diventare.
Una città di confine, anche quando non sembra
Ivrea non sembra una città di confine, almeno non nel modo più evidente. Non ha dogane, non ha valichi immediati, non ha l’aria sospesa delle città che vivono con una frontiera davanti agli occhi.
Eppure è una soglia.
Sta nel punto in cui il Piemonte comincia a stringersi verso la Valle d’Aosta, dove la pianura lascia spazio alle prime forme alpine e la Dora Baltea scende verso sud portando con sé acqua, pietre, memorie di passaggi.
Da una parte Torino e il Canavese, dall’altra la strada che risale verso Aosta, i castelli, le valli laterali, i valichi. Ivrea è lì: non ancora montagna, non più soltanto pianura.
Questa posizione conta più di quanto sembri.
Per chi scende dalle montagne, Ivrea è un imbuto: un passaggio quasi obbligato, il punto in cui le valli si raccolgono e devono trovare una via verso il resto del mondo.
Per chi arriva dalla pianura, invece, è una porta: il primo segnale che il territorio sta cambiando, che la geografia comincia a comandare con più decisione.

È una condizione che l’Italia conosce bene.
Ci sono luoghi in cui l’industria non nasce soltanto perché ci sono capitali, tecnici o mercati, ma perché esiste una geografia particolare: una valle, un passaggio, un isolamento relativo, una comunità abituata a misurarsi con lo spazio limitato.
Agordo, nel Bellunese, è uno di quei nomi che a prima vista sembrano periferici e poi, guardandoli meglio, raccontano una storia industriale capace di parlare al mondo.
Anche lì la montagna non è stata soltanto un limite, ma una forma di radicamento.
A Ivrea accade qualcosa di simile, anche se con un linguaggio diverso.
La città non è un fondale neutro su cui arriva una fabbrica.
È un luogo con una sua misura, una sua pressione geografica, una sua relazione con il dentro e il fuori.
Forse proprio per questo l’esperienza Olivetti non prenderà la forma di un semplice stabilimento produttivo, ma di un progetto urbano più ampio.
Prima ancora della fabbrica, Ivrea è questo: una città posta su una soglia, abbastanza vicina al mondo per dialogare con esso, abbastanza appartata per provare a immaginarne uno diverso.
Prima delle fabbriche
Prima di diventare una città industriale, Ivrea era già un luogo scelto dalla geografia e poi confermato dalla storia.
Il suo nome antico, Eporedia, dice molto più di una semplice origine romana.
I Romani la fondano intorno al 100 avanti Cristo non perché fosse un posto qualunque, ma perché quel punto serviva.
Serviva a tenere aperta, e sotto controllo, la strada che dalla pianura risaliva lungo la Dora Baltea verso i passaggi alpini.
Era una città di transito, ma non nel senso debole del termine.
Non un luogo attraversato per caso, bensì un nodo da presidiare.
Chi controllava Ivrea controllava una soglia: il movimento delle merci, degli eserciti, delle popolazioni, delle notizie.
Anche qui torna la geografia del capitolo precedente.
La porta verso la Valle d’Aosta non era soltanto un paesaggio da guardare. Era una funzione politica, militare, economica.
Ivrea nasce così: non come margine, ma come punto sensibile.
Poi i secoli cambiano i nomi, i poteri, le forme della città.
Alla colonia romana succedono il ruolo vescovile, le contese medievali, la marca d’Ivrea, l’inserimento progressivo dentro equilibri più grandi.
Non serve trasformare tutto questo in una fila di date, perché la fila di date è spesso il modo più sicuro per far scappare anche i lettori più pazienti.
Quello che conta è il disegno.
Ivrea resta a lungo una città di passaggio e di controllo, abbastanza importante da essere contesa, abbastanza appartata da conservare una propria identità.
Non è capitale, non è porto, non è grande città di pianura.
È qualcosa di diverso: una città intermedia, posta dove il territorio cambia passo.
Questa condizione la accompagna anche molto dopo la fine del mondo romano e medievale.
Quando l’Italia entra nella modernità industriale, Ivrea non parte da zero.
Ha già una scala urbana, una memoria civica, un rapporto forte con il territorio, una posizione che la tiene collegata senza trasformarla in periferia anonima.
È piccola abbastanza per essere leggibile, ma non così isolata da restare chiusa su sé stessa.
Forse è proprio questa misura a renderla disponibile a un esperimento.
Una grande industria, in una grande metropoli, rischia di confondersi con tutto il resto.
A Ivrea, invece, una fabbrica poteva diventare visibile.

Poteva incidere sulla forma della città, sui suoi quartieri, sulle sue case, sui servizi, perfino sull’idea che gli abitanti avevano del lavoro.
Quando Camillo Olivetti tornerà dagli Stati Uniti a guardare Ivrea non come luogo d’origine soltanto, ma come sede possibile di un’impresa nuova, troverà quindi un terreno già predisposto.
Non una pagina bianca.
Piuttosto una città abbastanza antica da avere radici e abbastanza laterale da poter accogliere un futuro non ancora scritto.
Quando una fabbrica voleva essere una comunità
Nel capitolo precedente abbiamo lasciato Camillo Olivetti sulla soglia di Ivrea.
Ma prima di farlo tornare davvero in città bisogna capire da dove arriva.
Non arriva soltanto da Torino, dove si è formato come ingegnere.
Arriva da un mondo tecnico che alla fine dell’Ottocento sta cambiando velocemente, e soprattutto dagli Stati Uniti, dove ha visto un pezzo di futuro industriale già in funzione.
Per capire Camillo bisogna passare da Galileo Ferraris.
Non per aprire una parentesi di elettrotecnica, che qui sarebbe una punizione non prevista dal codice penale, ma perché Ferraris rappresenta bene il clima in cui Camillo si forma.
Alla fine dell’Ottocento l’elettricità non è ancora la normalità invisibile che accende lampadine, ascensori e telefoni.
È una frontiera.
È il punto in cui la scienza comincia a diventare forza pratica, capace non solo di illuminare, ma di muovere macchine, alimentare officine, cambiare il modo stesso di produrre.
Con i suoi studi sul campo magnetico rotante e sulle correnti alternate, Ferraris mostra in sostanza che l’elettricità può trasformarsi in movimento ordinato.
Detta così sembra una formula semplice, ma dentro c’è una parte enorme della modernità industriale.
Camillo respira quell’aria.
Non arriva all’impresa come un commerciante che cerca un prodotto da vendere.
Ci arriva da ingegnere, dentro un ambiente in cui la tecnica non è teoria astratta, ma futuro che comincia a prendere forma nei laboratori, nelle officine, nelle macchine.
Nel 1893 accompagna Ferraris negli Stati Uniti e vede quel futuro già più avanti.
Vede l’America dell’elettricità, dei laboratori, dell’organizzazione industriale, della ricerca applicata.
Non la guarda come un turista davanti alla vetrina del mondo nuovo.
La guarda come qualcuno che si chiede se una parte di quel mondo possa essere costruita anche in Italia.
E, più precisamente, anche a Ivrea.
Questo è il punto di partenza.
Camillo non vuole soltanto importare macchine.
Vuole costruirle.
Vuole che anche l’Italia possa produrre tecnologia moderna, non limitarsi a comprarla altrove.
Quando nel 1908 fonda a Ivrea la Ing. C. Olivetti & C., prima fabbrica italiana di macchine per scrivere, non sta scegliendo soltanto un prodotto.
Sta scegliendo un modo di stare nel Novecento.

La macchina per scrivere è un oggetto moderno in senso pieno.
Non fuma come un’acciaieria, non ha la monumentalità brutale degli altiforni, non appartiene alla grande industria pesante.
È una macchina precisa, ordinata, intelligente.
Serve agli uffici, alle amministrazioni, alle imprese, alla scrittura, alla burocrazia, alla comunicazione.
È uno degli strumenti con cui il mondo moderno impara a registrare sé stesso.
Portarla a Ivrea significa innestare in una città di provincia un oggetto che parla già il linguaggio del secolo nuovo.
Camillo appartiene a quella famiglia di imprenditori italiani che non si accontentano di aprire un’attività.
Provano a importare un pezzo di futuro.
Molti decenni più tardi, in un’Italia diversissima, Bernardo Caprotti farà qualcosa di simile con il supermercato moderno: guarderà a un modello nato altrove, ne capirà la forza prima di molti altri e proverà a tradurlo dentro le abitudini italiane.
Il paragone naturalmente si ferma lì, perché Camillo Olivetti e Caprotti appartengono a mondi, settori e temperamenti molto diversi.
Ma il gesto iniziale ha una parentela evidente.
Non si tratta solo di copiare qualcosa che funziona fuori.
Si tratta di riconoscere in anticipo una forma del futuro e chiedersi se possa mettere radici anche qui.
Camillo lo fa con la tecnologia, con le macchine, con l’officina.
Caprotti lo farà con la distribuzione, con i punti vendita, con l’organizzazione commerciale.
In entrambi i casi c’è un’Italia che guarda fuori, capisce di essere in ritardo e prova, almeno per una volta, a non restarci.
Camillo però non copia l’America.
La traduce.
La adatta a un territorio, a una comunità, a un Paese che spesso arriva tardi agli appuntamenti con la modernità e poi pretende di aver solo avuto traffico.
La sua visione sociale esiste, ma è ancora ruvida, diretta, meno sistematica di quella che verrà dopo.
Camillo è ingegnere, inventore, imprenditore, uomo di officina.
Crede nel lavoro, nella competenza, nella dignità degli operai, in un rapporto meno impersonale tra chi progetta, chi produce e chi usa le macchine.
La fabbrica, per lui, non è ancora una città.
Ma non è nemmeno soltanto un capannone.
È un luogo in cui la tecnica incontra le persone e comincia a modificare il destino di un territorio.
Solo a questo punto può entrare Adriano.
Non come apparizione improvvisa, ma come passaggio di scala.
Adriano erediterà da Camillo il legame con Ivrea, la fiducia nella tecnica e l’idea che l’impresa non debba limitarsi a vendere prodotti.
Poi allargherà tutto.
Dove Camillo vede una fabbrica moderna, Adriano vedrà una comunità.
Dove Camillo costruisce autonomia industriale, Adriano proverà a costruire un modello sociale.
Dove Camillo porta a Ivrea la possibilità di produrre futuro, Adriano tenterà di dare a quel futuro una forma urbana, culturale, quasi civile.
La città progettata
Poi arriva Adriano.
Con lui la storia cambia scala.
Quello che in Camillo era ancora intuizione tecnica, industriale e sociale diventa una visione più ampia.
La fabbrica resta il centro, ma intorno a quel centro cominciano a disporsi case, servizi, biblioteche, mense, asili, colonie, luoghi di cura, spazi culturali.
Ivrea smette di essere soltanto il luogo in cui si trova un’azienda.
Diventa il laboratorio di un’idea.
Adriano Olivetti non immagina l’impresa come una macchina separata dal territorio.
La immagina come parte di un organismo più grande, in cui lavoro, città, cultura e responsabilità sociale non possono essere tenuti in compartimenti stagni.
Non si tratta solo di trattare meglio i dipendenti, già sarebbe stato molto.
Non si tratta solo di costruire fabbriche più belle, anche questo in Italia non è mai stato un dettaglio trascurabile.
Il punto è più ambizioso: provare a dare una forma urbana al progresso.
A Ivrea l’industria non si limita a occupare spazio.
Lo disegna.

Gli stabilimenti, gli uffici, le case per i lavoratori, i servizi sociali e gli edifici collettivi non nascono come pezzi separati, ma come parti di un discorso comune.
La città industriale non viene nascosta ai margini.
Si mostra, entra nel paesaggio urbano, diventa leggibile.
È qui che il progetto olivettiano lascia le sue tracce più visibili.
Non solo nei prodotti, nei brevetti o nei bilanci.
Ma nelle strade, nelle facciate trasparenti, nei quartieri, nelle architetture pensate per produrre e insieme per abitare.
Naturalmente non bisogna trasformare Ivrea in un presepe industriale.
La fabbrica resta fabbrica.
Il lavoro resta lavoro.
L’impresa resta impresa, con le sue gerarchie, i suoi obiettivi, le sue tensioni e i suoi limiti.
Ma dentro quel perimetro Adriano prova a spostare più avanti l’asticella.
Non chiede alla città di adattarsi passivamente all’industria.
Prova a chiedere all’industria di diventare abbastanza intelligente da non distruggere la città che la ospita.
A quel punto Ivrea non è più soltanto il luogo in cui il futuro viene prodotto.
Diventa il luogo in cui il futuro prova a prendere forma.
Il futuro interrotto
Le utopie industriali non finiscono quasi mai in un giorno solo.
Non c’è un momento preciso in cui qualcuno spegne la luce, chiude una porta e dice: da domani tutto questo non esiste più.
Più spesso si consumano lentamente.
Restano in piedi gli edifici, restano i nomi, restano i prodotti, resta perfino una parte del linguaggio.
Ma il progetto che teneva insieme tutto comincia a indebolirsi.
A Ivrea accade qualcosa di simile.
L’esperienza olivettiana non si interrompe perché improvvisamente smette di funzionare una fabbrica.
Si interrompe perché viene meno quella combinazione rara che l’aveva resa possibile: una famiglia imprenditoriale, una visione culturale, una leadership personale, una fase storica, un rapporto molto stretto tra impresa e territorio.
Quando muore Adriano Olivetti, nel 1960, non muore l’azienda.
Olivetti continuerà a produrre, innovare, vendere, attraversare il mercato.
Non bisogna raccontarla come una candela che si spegne all’improvviso.
Sarebbe comodo, ma falso.
Il problema è più sottile.
Dopo Adriano, l’impresa resta grande, ma l’idea che la sosteneva diventa più difficile da mantenere.
La fabbrica può sopravvivere al fondatore.
Una comunità progettata intorno a una visione così personale, invece, fatica molto di più.
A complicare tutto arriva anche la traiettoria dell’elettronica.
Olivetti aveva intuito presto che il futuro non sarebbe rimasto per sempre dentro le macchine per scrivere e da calcolo.
La stagione dell’informatica, dei calcolatori, dell’elettronica avanzata era già cominciata.
E proprio lì il progetto incontra il suo passaggio più fragile.
Servono capitali enormi, alleanze internazionali, mercati più grandi, decisioni rapide, una classe dirigente capace di reggere una trasformazione che non è soltanto tecnica, ma geopolitica.
Il sogno di una grande elettronica italiana si rivela troppo ambizioso per il Paese che avrebbe dovuto sostenerlo.
Non perché mancassero le competenze.
Non perché mancassero le intuizioni.
Ma perché mancava, o non resse abbastanza, il sistema intorno.
In mezzo a questa storia compare una delle leggende più luminose dell’industria italiana: la Programma 101.
O P101.
O, con un affetto quasi domestico, Perottina, dal nome di Pier Giorgio Perotto, l’ingegnere che guidò il gruppo di progettazione.

Presentata a New York nel 1965, era una macchina difficile da definire con le parole dell’epoca.
Troppo piccola per somigliare ai grandi calcolatori che occupavano stanze intere.
Troppo intelligente per essere soltanto una calcolatrice.
Stava su una scrivania, poteva essere usata direttamente da una persona, permetteva di eseguire programmi e conservarli su schede magnetiche.
Oggi molti la indicano come il primo personal computer della storia.
Altri, più prudentemente, la definiscono una calcolatrice programmabile da tavolo e un’anticipazione decisiva del computer personale.
La differenza non è solo nominale.
Dipende da cosa intendiamo per personal computer.
Se pensiamo al PC come lo conosceremo dagli anni Settanta e Ottanta, con microprocessore, schermo, tastiera e sistema operativo, allora la P101 è ancora un’antenata.
Se invece guardiamo all’idea più profonda, cioè portare capacità di calcolo programmabile sulla scrivania di una singola persona, fuori dai grandi centri di elaborazione, allora Ivrea arriva prestissimo.
E non arriva con un oggetto grezzo.
Arriva con una macchina pensata anche nel disegno, nell’uso, nel rapporto tra uomo e tecnologia.
È qui che la storia olivettiana mostra tutta la sua forza.
La P101 non è soltanto un prodotto riuscito.
È quasi una sintesi: tecnica, design, accessibilità, ambizione internazionale.
Un futuro da tavolo, costruito in una città laterale.
Proprio per questo fa ancora più impressione pensare a ciò che accadrà dopo.
Perché se a Ivrea si era riusciti a immaginare così presto un rapporto personale con il computer, la domanda diventa inevitabile: perché quel futuro non è diventato il nostro?
Negli anni Sessanta, intanto, la Divisione Elettronica passa nell’orbita della General Electric.
È uno di quei passaggi che sembrano societari, finanziari, quasi amministrativi.
In realtà segnano qualcosa di più profondo.
Una parte del futuro che Olivetti aveva provato a costruire a Ivrea prende un’altra strada.
Non scompare subito, ma esce dal perimetro originario.
Da quel momento la storia continua, ma non è più la stessa storia.
Olivetti attraverserà ancora stagioni importanti, prodotti riusciti, fasi di rilancio, trasformazioni, crisi, cambi di proprietà e nuovi mercati.
Ma l’unità tra impresa, città e visione sociale diventerà sempre più difficile da riconoscere.
Il marchio resta.
La memoria resta.
La città resta.
Quello che si perde è il centro di gravità.
È qui che l’utopia diventa davvero utopia.
Non perché fosse ingenua.
Non perché fosse impossibile in assoluto.
Ma perché aveva bisogno di condizioni molto precise, forse troppo precise per durare.
Aveva bisogno di un capitalismo capace di pensarsi come responsabilità pubblica.
Aveva bisogno di una politica capace di capire l’industria senza ridurla a consenso o spartizione.
Aveva bisogno di una cultura tecnica capace di non separare macchine e persone.
Aveva bisogno di una città abbastanza forte da non diventare semplice scenario.
Per qualche decennio, a Ivrea, tutto questo è sembrato possibile.
Poi il mondo è cambiato.
Il mercato è diventato più duro, più veloce, più globale.
La grande industria italiana ha perso pezzi, coraggio, continuità.
Il lavoro ha smesso di organizzarsi intorno agli stessi luoghi e agli stessi tempi.
E l’idea che un’impresa potesse progettare anche una comunità è diventata prima eccezione, poi memoria, poi materiale da convegno.
Oggi Olivetti esiste ancora, ma non è più quella cosa lì.
È un nome industriale sopravvissuto alla propria epoca, inserito dentro un gruppo più grande, orientato a tecnologie nuove e mercati diversi.
Non è poco.
Un marchio che attraversa più di un secolo non è mai soltanto un ricordo da museo.
Ma l’Olivetti che aveva fatto di Ivrea un laboratorio urbano, sociale e culturale appartiene al passato.
Non nel senso banale delle cose finite.
Nel senso più interessante delle cose che non siamo riusciti a continuare.
Per questo parlare di declino è giusto solo fino a un certo punto.
Il declino riguarda l’azienda, i prodotti, le quote di mercato, le strategie industriali.
Ma a Ivrea la parola più precisa è interruzione.
Qualcosa era stato messo in moto.
Qualcosa aveva preso forma.
Qualcosa aveva mostrato che una fabbrica poteva incidere su una città senza limitarsi a consumarla.
Poi quel movimento si è fermato.
E quando un futuro si ferma, non diventa subito passato.
Resta lì, come una domanda lasciata a metà.
Le tracce
Le idee, quando sono davvero passate dentro una città, non restano soltanto nei libri.
Restano nei muri, nelle strade, nelle facciate, negli spazi vuoti tra un edificio e l’altro.
A Ivrea le tracce del progetto olivettiano si leggono così: non come un monumento unico, ma come una sequenza urbana.
Bisogna seguirle camminando.
Via Jervis è il punto da cui partire.
Non perché esaurisca tutto, ma perché concentra una parte importante del racconto.
Qui la fabbrica non si nasconde dietro cancelli lontani dal centro abitato.
Entra nella città, la accompagna, ne modifica il ritmo.
Gli edifici industriali, gli uffici, i servizi e le abitazioni non sembrano pezzi casuali aggiunti nel tempo.
Sembrano parti di una grammatica.
La grande fabbrica ICO, le officine, gli spazi produttivi e direzionali raccontano un’industria che voleva essere moderna anche nella propria immagine.
Non bastava produrre macchine nuove dentro edifici vecchi.
Anche il contenitore doveva parlare il linguaggio del secolo.
Vetro, cemento, linee ordinate, volumi chiari: l’architettura diventa parte del messaggio.
La trasparenza delle facciate non è solo una soluzione tecnica o estetica.
È quasi una dichiarazione.
La fabbrica non deve apparire come un corpo estraneo, chiuso, minaccioso, separato dalla vita quotidiana.
Deve mostrarsi come un luogo organizzato, leggibile, inserito dentro una città che continua a respirare intorno.
Poi ci sono le case.
Perché il progetto olivettiano non si ferma alla produzione.
Se la fabbrica vuole essere comunità, allora deve interrogarsi anche su dove vivono le persone, su come si spostano, su quali servizi incontrano, su quale rapporto esiste tra tempo di lavoro e tempo di vita.
Le abitazioni per i dipendenti, i servizi sociali, gli asili, le mense, gli spazi culturali e assistenziali compongono un paesaggio diverso da quello della normale città industriale.
Non cancellano le gerarchie, non eliminano le contraddizioni, non trasformano il lavoro in una passeggiata domenicale.
Però spostano il discorso.
Dicono che l’industria non può limitarsi a entrare in un territorio, usare spazio e persone, e poi lasciare che tutto il resto si arrangi.
A Ivrea, almeno per una stagione, il lavoro prova a produrre anche città.

Oggi molte di queste tracce si possono seguire attraverso il MaAM, il Museo a cielo aperto dell’architettura moderna.
Il nome è giusto, perché non si tratta di entrare in un museo tradizionale.
Il museo è la città stessa.
O meglio: è quella parte di città in cui l’esperimento olivettiano ha lasciato una forma visibile.
Camminare lungo questo percorso significa passare da un edificio all’altro senza separare troppo ciò che normalmente teniamo diviso.
Fabbrica e casa.
Produzione e cultura.
Tecnica e paesaggio.
Impresa e responsabilità pubblica.
È questo che rende Ivrea diversa da molte altre città industriali.
Non solo la presenza di stabilimenti importanti, non solo la memoria di un grande marchio, non solo il fascino un po’ malinconico dell’archeologia industriale.
A Ivrea le tracce non raccontano soltanto quello che è stato.
Raccontano quello che si era provato a mettere insieme.
Una forma di modernità meno brutale, più ordinata, più consapevole del fatto che il lavoro non avviene mai nel vuoto.
Accade in luoghi precisi, dentro vite precise, dentro città che possono essere ferite oppure trasformate.
Il riconoscimento UNESCO ha dato a questa storia una cornice ufficiale.
Ma la parte più interessante resta fuori dalla targa.
Sta nel fatto che Ivrea, ancora oggi, non si lascia guardare come una semplice memoria aziendale.
Bisogna leggerla.
Ogni edificio è un indizio.
Ogni facciata sembra chiedere che cosa avremmo potuto fare del Novecento industriale, se avessimo preso più sul serio l’idea che produrre non significa soltanto fabbricare oggetti.
Significa anche decidere che forma dare alla vita che si muove intorno a quegli oggetti.
Uscita laterale
Ivrea non è un luogo da visitare soltanto per nostalgia.
La nostalgia consola, ma spesso semplifica.
Qui, invece, resta qualcosa di più difficile.
Resta una domanda.
Che cosa succede quando una città ha ospitato un’idea di futuro più avanzata del presente che le è venuto dopo?
Le fabbriche, le case, gli edifici pubblici, le strade e le facciate non bastano a restituire interamente quella stagione.
Però bastano a dire che non era soltanto un sogno raccontato bene.
Era stato un tentativo concreto.
Limitato, imperfetto, fragile, come tutte le cose costruite dagli uomini.
Ma concreto.
Ivrea oggi non chiede di credere che quel modello fosse replicabile così com’era.
Non chiede neppure di rimpiangerlo come un’età dell’oro industriale.
Chiede semmai di guardare quelle tracce per quello che sono: il segno di un momento in cui qualcuno aveva provato a pensare insieme lavoro, città, tecnica e vita quotidiana.
Non è poco.
In un Paese che spesso consuma i propri futuri prima ancora di capirli, Ivrea resta lì, sobria e laterale, a ricordare che il progresso non è soltanto andare avanti.
È anche decidere in quale forma vogliamo andarci.
Crediti immagini
In copertina Officine ICO Ivrea — Davide Mauro , Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
La Dora Baltea a Ivrea — Austin Calhoon , Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
Primo Stabilimento Olivetti, Ivrea — Laurom , Wikimedia Commons, Dominio Pubblico
Macchina per scrivere Olivetti M1 — Daniele serena , Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Programma 101 — Piergiovanna Grossi, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0
Talponia, unita residenziale Ovest, Ivrea — Iconotheque of the Academy of Architecture, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

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